domenica 13 settembre 2009

Beatles, boom da cinque milioni di copie ...

Allora la notizia è da rimanere senza fiato: la prima tiratura dei cd rimasterizzati dei Beatles è di cinque milioni di copie in tutto il mondo. L’opera omnia rispolverata in digitale, ossia con uno spettro acustico nettamente migliore e più pervasivo, è uscita mercoledì, accolta com’era prevedibile da tantissimi tifosi curiosi ma anche da un bel po’ di loggionisti che guai a toccare i suoni dei bei tempi. Però cinque milioni di cd che contengono canzoni vuoi ripulite, vuoi rimesse a nuovo ma pur sempre straconosciute da quarant’anni sono un successo planetario come ormai te lo scordi. Per capirsi: neanche un nuovo disco degli U2 o di Madonna parte da una tiratura così alta. In Gran Bretagna, ossia nel paese che ha fatto nascere i Beatles e che di conseguenza ne ha quasi fatto indigestione, il cofanetto dei 14 album è il più venduto di Amazon Uk solo grazie alle prenotazioni, diventando l’uscita più costosa che abbia mai raggiunto il primo posto in classifica (in Italia costa ben più di duecento euro nella versione «basic», mica noccioline). Perciò nell’entourage della Emi, la casa discografica dei Favolosi Quattro, l’altro giorno i complimenti volavano che era un piacere e a rallegrarsi sarà anche il bilancio un po’ traballante. Ma, parlando di Beatles, vola come al solito anche qualcos’altro. Le rivelazioni. E le memorie. Le più belle sono forse quelle che l’altro giorno ha tirato fuori sul Times Ray Connolly, un compagno di scuola di Mick Jagger dei Rolling Stones alla London School of Economics che poi, da giornalista, è diventato grande amico di John Lennon. Quando si dicono le coincidenze. Connolly, che ha 68 anni, ricorda per la prima volta quando, a Toronto poco prima di Natale del 1969, Lennon gli rivelò: «Durante una riunione Paul continuò a parlare tutto il tempo del nostro futuro, così io alla fine gli dissi: “Penso che tu sia scemo, io voglio il divorzio”». Fine dei Beatles, anche se il comunicato ufficiale fu reso noto soltanto il 10 aprile 1970. Fu Lennon, quindi, a scrivere inequivocabilmente l’epitaffio della band più famosa di tutti i tempi. Fu lui e si arrabbiò pure quando - ah! quant’è perverso il meccanismo della comunicazione - si sparse la voce che fosse stato Paul McCartney a sciogliere la baracca. «Perché - disse a Connolly - non hai scritto subito quelle cose che ti ho detto in Canada?». «Perché tu mi hai chiesto di non farlo». «Tu sei il giornalista, Connolly, non io» sibilò John Lennon. Durante un’altra delle loro conversazioni, il Beatle gli disse: «I migliori giorni dei Beatles furono a Liverpool e ad Amburgo, quando suonavamo per ore nei club. La mia canzone preferita era di Elvis, Baby let’s play house. La facevamo durare dieci minuti, cantando all’infinito la stessa strofa». Traduzione: dopo, quando siamo diventati famosissimi ma suonavamo dal vivo sempre meno e sempre più irrigiditi, io mi annoiavo assai. Infatti disse a Connolly: «Non volevo essere soltanto uno delle quattro divinità sul palco». Insomma, da quarant’anni si discute di chi sia la colpa, se fu l’uno oppure l’altro a rompere il giocattolo o se furono le droghe a demolire i rapporti senza guardare in faccia nessuno. In realtà a far squagliare i Beatles fu probabilmente l’inevitabile evoluzione di quattro personalità che neppure la logica avrebbe potuto tenere insieme senza camicia di forza. L’altro giorno Paul McCartney ha scritto: «Pensavamo che i Beatles sarebbero durati, al massimo, un paio d’anni». Sbagliava. Visti anche i risultati di queste ore, dopo quarant’anni non sono ancora finiti neanche un po’.

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