giovedì 1 aprile 2010

Beatles: 4 e non più 4




Il 24 aprile 1970 era la data fissata per la pubblicazone di "Let It Be". Pochi giorni prima, contestualmente all'uscita dell'album solo di Paul McCartney, trapelava la notizia che i Beatles non esistevano più. Ultima tappa di un lungo processo di disgregazione in cui c'entravano rancori, beghe sulla gestione del patrimonio e capricci da primedonne. Ecco la storia completa

Testo Mikal Gilmore
Foto David Hurn/Magnum


Era un giorno freddo del gennaio 1969 e i Beatles si trovavano nell'ampia e forse ancor più fredda sala di registrazione presso i Twickenham Film Studios di Londra, in compagnia delle ultime persone al mondo con cui avrebbero voluto stare: i Beatles. Cercavano da giorni di comporre e provare nuovo materiale per un imminente concerto in programma – il loro primo live dall'agosto 1966 – ma il compito non era per niente facile. L'unico tra loro che ci teneva veramente era Paul McCartney. "Non capisco perché, se non siete interessati, vi siate ficcati in questa cosa", disse agli altri Beatles. "Per quale motivo? Di sicuro non per soldi. Perché siete qui? Io sono qui perché voglio fare un concerto, ma non vedo molta partecipazione".

Paul guardò i suoi compagni di band, i suoi amici di sempre – John Lennon, George Harrison e Ringo Starr – e loro ricambiarono lo sguardo, senza espressione. Poco dopo disse, "Ci sono solo due possibilità: lo facciamo o non lo facciamo. E pretendo una risposta. Non ho affatto voglia di perdere tempo qui intorno a scoreggiare, mentre voi cercate di prendere una decisione".
Paul aspettò, ma non ottenne risposta. Ancora una volta gli altri Beatles si limitarono a guardarlo.
Ma questo non fu affatto il peggior momento che trascorsero in quei giorni. Il canto del cigno dei Beatles fu una delle storie più misteriose e complicate del XX secolo, ma fu soprattutto la più socialmente destabilizzante. I Beatles non hanno solo composto musica – hanno forgiato il loro tempo tanto quanto le correnti politiche, ma senza mai chiedere nulla in cambio. E allora perché i Beatles si sono sciolti? In molti danno la colpa della fine dei Beatles alle macchinazioni di Yoko Ono, leggendario amore di John Lennon, o agli intrighi di Allen Klein, nuovo manager della band, apprezzato da Lennon, ma insopportabile agli occhi di McCartney. Il quadro non è però così semplice.
"Non penso che si potessero separare con facilità quattro persone forti come loro", dichiarò in seguito la Ono, "nemmeno provandoci davvero. Io penso che sia successo qualcosa tra loro – ma di certo non si trattò di una forza esterna". Infatti le cause erano molto più interne. Sono state lì per molto tempo, in una storia piena di dolori e spiritualità.



Queste sessioni, da cui furono tratti sia il film che l'album Let It Be, presero il via da un momento di ispirazione ottimista, ma le cose stavano andando già decisamente male quando McCartney pose il suo ultimatum. L'unione dei Beatles nell'ultimo anno si era logorata. Soprattutto la lunga amicizia tra John e Paul aveva subito profondi cambiamenti. Lennon, colui che aveva fondato la band e ne aveva in qualche modo acquisito la leadership, stava cominciando a desiderare di non sentirsi più limitato dai Beatles. McCartney invece amava profondamente il gruppo – era ciò per cui viveva. Questi due uomini sono stati la forza vitale della band – la loro è stata la più ricca collaborazione autoriale della storia della musica – ma in fondo in fondo, l'avventura dei Beatles è stata principalmente plasmata dal temperamento e i bisogni di John Lennon. Lui stesso aveva formato la band per arginare la sua ansia e quel senso di mancanza che provava a causa dell'abbandono da parte dalla madre Julia – che aveva rinunciato alla custodia del figlio per lasciarlo alla sorella – e dal padre che era sparito del tutto dalla sua vita.
Un sedicenne Lennon incontra per la prima volta il quindicenne McCartney nell'estate del 1957 mentre suona con la sua band, i Quarry Men, in un oratorio vicino a Liverpool e rimane affascinato dalla facilità con cui Paul riusciva a suonare brani di Eddie Cochran e Gene Vincent. Per di più i due erano legati da una grossa perdita: la madre di McCartney, Mary, morì di cancro ai polmoni nell'ottobre del 1958, mentre la madre di Lennon morì dopo essere stata investita da un'auto nel luglio 1958. Lavorando insieme, John e Paul trovarono un modo per ancorarsi di nuovo alla realtà. Per molto tempo scrissero canzoni insieme, fondendo intuizioni melodiche e liriche e, anche quando cominciarono a scrivere ognuno per conto proprio, potevano contare sul reciproco aiuto per completare o migliorare una canzone. Sicuramente i rispettivi approcci alla composizione musicale erano fortemente diversi. McCartney era ordinato e meticoloso, dava estrema importanza alla tecnica. Lennon era sregolato, molto meno incline a soffermarsi su una canzone e, nonostante la sua apparenza presuntosa, era molto meno sicuro nel lavoro rispetto al suo compagno di scrittura. I contrasti si acuirono negli anni. McCartney scriveva sempre più storie comuni e brani celebrativi. Lennon scriveva della sua esperienza da un punto di vista più autentico e inquieto. "Paul diceva 'Vieni a vedere lo spettacolo', rivelò Lennon più tardi, "Io dicevo 'Ho letto il giornale di oggi, accidenti'".
Il fatto che Lennon e McCartney scrivessero e cantassero le canzoni dei Beatles li pose naturalmente al comando della band, anche se Lennon godeva di una implicita anzianità. Tuttavia i Beatles rispettavano la guida di una singola volontà, di un voto democratico, che si concretizzò in modo significativo nel 1966, quando dopo anni di tour serrati, John, George e Ringo convinsero Paul che avrebbero dovuto sospendere l'attività dal vivo. Per circa tre mesi tutti e quattro presero strade diverse e per questo John Lennon patì un acuto stato di apprensione: "Pensavo, 'Questa è davvero la fine. Non ci saranno più tour. Questo significa che nel futuro ci sarà uno spazio vuoto…' Allora cominciai a pensare alla vita senza i Beatles – come sarebbe stata? Fu allora che nacque in me il bisogno di uscire in qualche modo [dai Beatles] senza dover però essere cacciato dagli altri. Ma non avrei potuto mai andarmene, mi faceva troppa paura".
Poco dopo la band si riunì per uno dei loro lavori più attesi, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band – ma fu anche il momento in cui i meccanismi interni ai Beatles diventarono stranamente complessi, persino sotterranei. Il concept dell'album fu di McCartney e nonostante Lennon fosse il fautore del miglior brano contenuto in Sgt. Pepper's, A Day in the Life, descrisse in seguito il suo apporto al disco come un velato riflesso di disperazione: "Ero molto depresso all'epoca di Pepper, mentre so per certo che Paul non lo era. Era molto sicuro di sé… Io vivevo nel caos più totale". In parte questo era il modo di essere di Lennon, emergeva o affondava tra le crisi, ma allora era veramente a un punto di rottura. Si sentiva intrappolato in una vita domestica statica e senza amore – l'amore da parte sua era sparito, mentre la moglie Cynthia continuava ad amarlo profondamente – e si sentiva allontanato dallo stesso McCartney, che invece viveva a Londra come un uomo libero e famoso, presenziando agli eventi culturali più di tendenza della città e assorbendo l'influsso delle arti e della musica d'avanguardia. Se Lennon non era interessato ad approfondire la vita esterna a sé, sicuramente era interessato a studiare quella interiore come assiduo consumatore di LSD fino al punto che qualcuno si preoccupò che stesse perdendo la propria identità. George Harrison dichiarò in seguito, "Gli acidi possono rovinare molte cose, un po' come la psichiatria, sono davvero potenti. Credo che però nessuno di noi si sia veramente reso conto di come John si stesse rovinando".
Nell'agosto 1967 dopo che il manager Brian Epstein venne ritrovato morto nella sua casa di Londra per overdose, le linee guida dentro e attorno ai Beatles si fecero ancora più incerte. Epstein era depresso da un po', ma restava completamente fedele alla band, e molte persone vicine al gruppo erano convinte che fosse proprio Brian a tenere i Beatles al sicuro e con i piedi per terra. "Allora capii che eravamo davvero nei guai", dichiarò Lennon più tardi, "Non ero affatto sicuro che noi potessimo fare altro oltre a comporre musica ed ero spaventato. Pensai, 'Cazzo, eccoci qua'".
McCartney, invece, non la vedeva così drammaticamente. Cinque giorni dopo la morte di Epstein, Paul convinse gli altri a impegnarsi nella realizzazione di un progetto che fondesse film e musica, Magical Mystery Tour. Il gruppo passò l'estate, l'autunno e parte dell'inverno a filmare stranezze oniriche e incidere musica che potesse accompagnare quelle visioni e, sebbene apparisse come una collaborazione libera tra i quattro Beatles, non è affatto sbagliato considerare Magical Mystery Tour una trovata di McCartney. Il film fu trasmesso per la prima volta sulla BBC il giorno dopo Natale del 1967 e il giorno successivo fu ferocemente attaccato dai critici. ("Indubbiamente spazzatura", scrisse il Daily Express di Londra). Si dice che per una volta Lennon fosse in qualche modo soddisfatto di vedere finalmente McCartney vacillare.
Nel febbraio 1968 si recarono a Rishikesh in India per studiare meditazione trascendentale presso l'ashram di Maharishi Mahesh Yogi. Il soggiorno fu in parte risultato dello sforzo di Harrison per guadagnare maggiore influenza nella direzione del gruppo – fu il primo tra i Beatles a interessarsi di musica e filosofia indiana – anche se tutti i membri dei Beatles sentivano il bisogno di riconsiderare gli scopi del loro successo. "Credo fossimo tutti esauriti a livello spirituale", rivelò in seguito McCartney. "Eravamo i Beatles ed era una cosa meravigliosa... ma credo che fosse diffuso tra noi il pensiero 'Sì, beh, è fantastico essere ricchi e famosi, ma a che pro?'" E il malessere non tardò ad arrivare. Quando Harrison iniziò a sospettare che Lennon e McCartney vivessero il ritiro come una sorta di rifugio per comporre nuovo materiale ne rimase assolutamente amareggiato. "Non siamo qui per parlare di musica", protestò, "Siamo qui per meditare!" La risposta di Paul fu, "Oh sì, Georgie Boy, va bene. Datti una calmata". Ringo Starr e sua moglie Maureen se ne andarono a sole due settimane dall'arrivo (Starr, che soffriva di problemi di stomaco, non riusciva a sopportare la cucina indiana), e McCartney e la sua fidanzata, l'attrice Jane Asher, li avevano seguiti due settimane dopo. McCartney trovava l'ambiente troppo scolastico. Harrison e Lennon rimasero finché Lennon si accorse che non stava affatto risolvendo i problemi che aveva dentro – il bisogno di ravvivare sia il suo matrimonio che i suoi progetti artistici. Dopo aver sentito delle voci che alludevano ad avanche sessuali di Maharishi nei confronti di una giovane donna ospite dell'ashram, John si infuriò e pretese di lasciare quel posto immediatamente, insieme a Harrison. Qualcosa di tutta quest'impresa trasformò Lennon in un modo che nessuno comprese mai veramente: dopo questo episodio, dicono i beninformati, sembrava sempre arrabbiato. La verità è che era in uno stato di vera disperazione: tutto quello che aveva da salvare era la sua arte, ma neppure questo gli era di sollievo. "Benché io meditassi almeno otto ore al giorno", raccontò in seguito, "Scrivevo le canzoni più miserabili della Terra".
Tornato a Londra, Lennon abbandonò dopo poco Cynthia per iniziare una relazione seria e una collaborazione artistica con Yoko Ono, che aveva conosciuto nel novembre 1966. Sebbene la Ono sia stata descritta come una donna ambiziosa che aveva inseguito irriducibilmente Lennon, anch'essa avrebbe poi vissuto i propri dolori e delusioni negli sconvolgimenti che ne seguirono: perse la possibilità di vedere la figlia Kyoko e mise da parte la sua promettente carriera per espresso volere di Lennon. Come lei stessa dichiarò in seguito, "Abbiamo sacrificato tutto".
La stampa e i fan la deridevano, la chiamavano in pubblico "Giappa", "Muso giallo" e "Gialla" e Lennon a volte dovette proteggerla da veri e propri attacchi fisici. Tutti questi giudizi accrebbero la rabbia di Lennon, ma non era niente rispetto a ciò che accadde quando Lennon portò la Ono direttamente nel mondo dei Beatles. Il gruppo aveva raramente permesso ad ospiti l'ingresso in studio e non tollerò mai alcuna ingerenza sui lavori in corso, fatta eccezione per il produtttore George Martin o al massimo il fonico di studio Geoff Emerick (l'unica volta in cui Brian Epstein si permise di dare un consiglio durante una sessione di registrazione, John Lennon umiliò il manager di fronte a tutti). Lennon però non portò la Ono nei Beatles in veste di ospite, ma come vera e propria collaboratrice. Quando i Beatles cominciarono a lavorare nel maggio 1968 a un nuovo LP, il primo dopo Sgt. Pepper, Yoko stava seduta vicino a John sul pavimento dello studio, conversavano continuamente a voce bassa e lei lo accompagnava ogni volta che usciva dalla stanza. La prima volta che lei parlò in studio offrendo un consiglio a John sul cantato, l'intera stanza cadde in silenzio. Poi Paul disse, "Porca puttana! Qualcuno ha parlato? Che cazzo era? George, hai detto qualcosa? Le tue labbra non si sono mosse!".




Lennon non era il tipo da tirarsi indietro. "Voleva che io fossi parte del gruppo", rivelò la Ono in seguito. "Aveva fondato lui la band, di conseguenza pensava che gli altri mi avrebbero accettata". Invece alla fine la Ono registrò da sola il suo materiale con Lennon, come il famigerato Two Virgins – un album di musica elettronica sperimentale con in copertina delle foto della coppia nuda. Per chi pensa che la collaborazione tra Lennon e la Ono fosse solo indulgente e farsesca, ricordiamo che McCartney al tempo scoprì che la Ono spronava Lennon. "Infatti lei voleva di più", raccontò, "Fai di più, fallo ancora, osa di più, togliti i vestiti. Lo spronava di continuo e a lui piaceva, nessuno lo aveva mai spronato in quel modo prima".
Probabilmente però McCartney riuscì a comprendere il reale significato di un disco come Two Virgins: John Lennon aveva un'implacabile volontà che, se non tenuta sotto controllo, avrebbe potuto redimere o distruggere la sua vita, o anche portare i Beatles allo scioglimento. Quando il gruppo venne a conoscenza del fatto che Lennon e Ono avevano iniziato a far uso di eroina, i Beatles non sapevano cosa fare. "Fu uno shock abbastanza forte per noi", spiegò McCartney, "pensavamo tutti di essere persone fuori dal normale, ma sapevamo che noi non avremmo raggiunto quel livello".
La nuova collaborazione tra Lennon e Ono escludeva che lui e McCartney potessero lavorare ancora insieme come compositori. Ciò nonostante, quando la band iniziò a comporre l'unico loro album doppio The Beatles (meglio noto come White Album), le doti non comuni di scrittura e canto di entrambi non erano mai state così forti e diverse. Contrariamente al materiale sporadico e inconsistente prodotto nel 1967, Lennon ora scriveva a pieno ritmo e la sua creatività pareva essere rinata grazie alla sua storia con la Ono (canzoni come Dear Prudence, Julia, Happiness Is a Warm Gun e Revolution sono di gran lunga tra i suoi migliori lavori). Anche Harrison fiorì – persino Ringo scriveva canzoni – ma nessuno di loro voleva più essere messo in ombra o che gli altri dirigessero il loro lavoro. Avevano così tanto materiale da incidere, ma così diverso da quello degli altri, che registravano in tre diversi studi, a volte anche per 12 ore al giorno. Ognuno dei Beatles trattava gli altri come propri musicisti di supporto – cosa che generò anche delle spettacolari performance o esplosive sessioni in studio: Lennon che suona come una furia sulle noiose note di McCartney di Ob-La-Di, Ob-La-Da, Ringo che lascia il gruppo per circa due settimane dopo che Paul aveva criticato aspramente le sue parti di batteria su Back in the U.S.S.R, Harrison che porta il suo amico chitarrista Eric Clapton, solo per guadagnarsi la considerazione per While My Guitar Gently Weeps, McCartney che rimprovera in modo eccessivo il produttore George Martin di fronte all'intera band, la dipartita del fonico Geoff Emerick, che lascia a metà il lavoro con i Beatles a causa del loro comportamento turbolento e pessimo. Una volta finito, The Beatles fu visto come un capolavoro eterogeneo, il suono di una band in ottima forma, ma allo stesso tempo senza speranza. Anni dopo McCartney lo descrisse come The Tension Album (L'album della tensione, ndt).

Nel frattempo i Beatles si spinsero oltre lanciando la loro nuova etichetta Apple. In realtà, la Apple era nata come fonte di investimento, ma diventò in fretta qualcos'altro. Molte altre cose, in realtà: un ombrello di attività con film, elettronica, beni immobili, didattica, editoria, musica e in più, cosa davvero interessante, un esperimento di socialismo. "Eravamo nella condizione ottimale di non aver bisogno di altro denaro", spiegò McCartney nel 1968, "Per la prima volta i capi non inseguivano il profitto... Una specie di Comunismo Occidentale". In pratica la missione principale della compagnia era quella di coltivare nuovi talenti. La Apple scoprì o aiutò a sviluppare le capacità di alcuni grandi artisti - tra cui James Taylor, Badfinger, Mary Hopkin, Jackie Lomax, Billy Preston, Doris Troy (l'etichetta prese in considerazione anche l'ipotesi di mettere sotto contratto i Rolling Stones, Bob Dylan, Crosby, Stills & Nash, Chicago, Queen, e Delaney & Bonnie), ma siccome i Beatles stessi non erano veri e propri artisti Apple, l'etichetta non beneficiò pienamente dei profitti. La nascita della Apple Records venne fissata l'11 agosto 1968, quando furono pubblicati quattro singoli tra cui Those Were the Days di Mary Hopkin e Hey Jude degli stessi Beatles. McCartney scrisse Hey Jude in onore del figlio di Lennon Julian quando i suoi genitori divorziarono, ma il brano acquisì anche altri significati. Dopo una lunga relazione, McCartney si era separato dalla sua compagna, Jane Asher, dopo che lei lo aveva beccato con un'altra donna, e stava iniziando una storia seria con la fotografa Linda Eastman, che conosceva dal 1967. Per Paul, la canzone iniziò a rappresentare un inno di fiducia nell'amore e nella necessità di correre dei rischi. Quando Lennon sentì Hey Jude, tuttavia, la percepì come una benedizione da parte del suo compagno di scrittura: "Con i versi 'go out and get her' – inconsciamente – [Paul] diceva, 'Vai avanti, lasciami'. Ma in realtà non voleva che io me ne andassi", raccontò a Playboy poco prima di morire. "L'angelo in lui diceva, 'Ti auguro il meglio'. Il diavolo in lui non era d'accordo, perché non voleva perdere il proprio compagno". In seguito i Beatles suonarono Hey Jude a Frost on Sunday all'inizio del settembre 1968 – la loro prima performance di fronte a un pubblico in più di due anni. Quando tutti iniziarono a cantare insieme alla band verso la fine del brano, Hey Jude diventò l'espressione di qualcosa di più grande, simile alla concreta possibilità di unire la gente, cosa che la band riuscì a fare al meglio della sua forma. Ispirati dal momento, i Beatles compresero di aver voglia di suonare ancora dal vivo davanti a un pubblico – specialmente Lennon sembrava eccitato all'idea di farlo – per cui annunciarono una data a gennaio al Roundhouse di Londra, club famosissimo in città, dove nell'estate 1967 era di scena il meglio del rock & roll underground. Decisero anche di riprendere le prove del concerto per trasmetterle in TV e a dirigerle chiamarono Michael Lindsay-Hogg, che aveva già curato per loro anni prima i video promozionali di Rain e Paperback Writer.




C'era anche qualcos'altro nell'aria: i Beatles avevano visto questo come un'opportunità per lasciarsi alle spalle gli artifici che avevano messo in scena per Sgt. Pepper (Lennon cercava di ripudiare l'album nonostante il suo successo, vedeva Pepper come uno spettacolo vuoto architettato da McCartney). Questa nuova musica voleva annunciare il loro ritorno a una forma più semplice, quella che aveva fatto nascere in loro all'inizio di tutto l'amore per il rock & roll, nei lontani anni '50. La nuova musica creata dalla Band, il gruppo che a volte supportava Bob Dylan, ebbe una speciale influenza su quello che i Beatles furono successivamente. Harrison passò del tempo con il gruppo e con Dylan a Woodstock e a New York e tornò molto colpito dallo spontaneo spirito di collettività che riuscirono a raggiungere con il disco conosciuto come The Basement Tapes. Alla ricerca di questo tipo di coinvolgimento, Lennon disse a George Martin, "Non voglio nessun tocco della tua produzione di merda. Vogliamo che questo album sia onesto… Non voglio alcun editing… overdubbing. Vogliamo solo registrare le canzoni così come vengono". A distanza di anni a Martin l'opposizione di Lennon bruciava ancora. "Penso che tutti i loro album siano onesti", commentò Martin in The Beatles, di Bob Spitz. McCartney chiamò anche un secondo produttore, Glyn Johns, che si rivelò un sollievo per Martin: per poter registrare "non artificialmente" le performance dei Beatles, sarebbero state infatti necessarie un gran numero di prove, in modo da ottenere una registrazione in presa diretta che fosse accettabile, e Martin trovava il lavoro così noioso che raramente si presentava alle prove. Fin dall'inizio una serie di problemi afflisse il progetto. I Beatles volevano filmare le sessioni di prova – quelle che vennero poi chiamate le sessioni Get Back in onore del titolo originale dell'album che poi venne chiamato Let It Be – e questo implicò un allestimento dei Twickenham Film Studios a set con un conseguente adeguamento agli orari di ripresa, dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio – orario molto diverso da quelli fatti dai Beatles. Niente sarebbe andato storto se avessero mantenuto un po' di entusiasmo per l'idea, ma la mattina del 2 gennaio 1969, quando le prove iniziarono, nessuno a parte McCartney sembrava ricordarsi perché si trovavano lì. Tutti i malumori tenuti nascosti per lungo tempo vennero a galla, nonostante le sessioni siano state per certi versi incredibilmente produttive: i Beatles suonarono 52 canzoni originali nel mese di gennaio 1969, molte delle quali sarebbero poi finite in Abbey Road o furono tra il miglior materiale dei successivi album solisti dei vari membri. McCartney cercò di tenere gli altri in carreggiata, ma si trattava di un compito ingrato. Loro lo trovarono negativamente lusinghiero e condiscendente. A tutti sembrava che il progetto fosse diventato un altro affare di Paul McCartney, il quale diceva a tutti quali note suonare e quale tempo tenere, o persino come dirigere le riprese al regista del film. "Paul voleva che noi lavorassimo tutto il tempo", dichiarò Ringo, "perché lui era stacanovista". Gorge Martin la pensava diversamente su McCartney. "Paul forse era troppo autoritario, cosa che gli altri ragazzi non sopportavano", ammise, "Ma era l'unico modo di tenere insieme le cose... Era una generale disintegrazione".
C'è una famosa scena nel film Let It Be in cui McCartney si preoccupa che le sue linee guida musicali possano irritare troppo Harrison, e Harrison risponde che avrebbe suonato tutto quello che Paul avesse voluto, anche se questo avrebbe significato non suonare nulla. "Non sei più fastidioso", dice Harrison visibilmente seccato. La scena può stata presa ad esempio per identificare il nodo dei problemi di quelle sessioni: McCartney era pressante e insensibile e Harrison non ne poteva più. Per essere più incisivo, Harrison legittimò le lamentele. Era stato da sempre relegato a un ruolo marginale da Lennon e McCartney. Harrison era però disturbato anche da altre questioni. Era arrivato al punto di provare un'intensa avversione per i live show – più si avvicinava il momento, più le sue proteste si facevano forti. Ormai la data al Roundhouse stava andando a monte e quando il filmmaker Lindsay-Hogg suggerì una location più grande o esotica, come uno show in un anfiteatro romano, Harrison disse disgustato, "L'unica fortuna che potremmo avere sarebbe trovarci un sacco di figa".
Le tensioni più pericolose di gennaio furono però quelle tra Harrison e Lennon. Dopo anni di estromissione, Harrison scoprì che ora Yoko Ono aveva pari o più voce in capitolo rispetto a lui sulle questioni della band. Quel che era peggio è che in quel periodo Lennon e la Ono praticavano la disciplina conosciuta come "consapevolezza acuita", basata sulla convinzione che la comunicazione verbale fosse inutile a persone "sintonizzate" su verità più ampie. I suoi effetti concreti, in realtà, si limitavano alla chiusura di ogni interazione significativa o utile. Quando si toccavano argomenti cruciali, Lennon non diceva nulla, cosa che mandava fuori di testa gli altri. C'erano solo due vie: opporsi a Yoko e riportare i Beatles al numero di quattro o rassegnarsi alla sua presenza. Alla fine Harrison optò per la seconda possibilità perché non voleva perdere John. In più, come dichiarò lui stesso, non era nella posizione di dire a John di lasciare Yoko a casa. McCartney non sopportava che la Ono si riferisse ai Beatles senza usare l'articolo The – "Beatles faranno questo e quest'altro", Paul cercava di correggerla: "In realtà si tratta di The Beatles, tesoro" – ma invano.
Alla fine Harrison raggiunse il punto di rottura. Nel primo pomeriggio del 10 gennaio, Harrison e Lennon iniziarono a litigare, cosa che però in seguito smentirono, e vennero alle mani (tuttavia George Martin raccontò al biografo di Lennon Philip Norman che la zuffa divenne in effetti fisica, ma che tutto "fu messo a tacere successivamente"). I momenti di questo confronto sono tra quei pochi che Lindsay-Hogg non riuscì a catturare per i posteri. Riuscì però a filmare Harrison che apparentemente stava lasciando i Beatles. "Io sono fuori", disse mettendo via la sua chitarra. "Mettete pure un annuncio [sul giornale] per ingaggiare un po' di persone. Ci vediamo in giro".
McCartney e Starr parvero scioccati, mentre Lennon, imperturbabile, si lanciò in una personale versione di A Quick One, While He's Away degli Who per canzonare l'angoscia di Harrison. Più tardi, quel giorno la Ono svolse il ruolo di cuscinetto: prese un microfono e si lanciò in un blues dalle parole senza senso finché non si unirono anche i Beatles superstiti, non del tutto convinti su cosa fare, ma decisi a non lasciarsi scappare anche Lennon (tra l'altro si tratta di una performance eccezionale). Lo stesso giorno, Lennon propose di reclutare Eric Clapton per rimpiazzare Harrison: "Il punto è questo: George se n'è andato. Voi volete continuare con i Beatles? Io sicuramente sì".
Domenica 12 gennaio tutti e quattro i Beatles si incontrarono a casa di Starr per decidere il da farsi, ma Harrison se ne andò non appena si accorse che la Ono continuava a parlare per conto di Lennon. I Beatles riuscirono a raggiungere un accordo alcuni giorni dopo, ma Harrison impose alcune rigide clausole: non si sarebbe più dovuto parlare di grandi concerti dal vivo e non si sarebbe più dovuto lavorare ai Twickenham Studios. La Ono comunque sarebbe rimasta presenza fissa delle session accanto a John. "Yoko voleva solo essere accettata", disse John, "Vuole essere una di noi". Quando Starr rispose, "Non è una Beatle, John, e non lo sarà mai" Lennon replicò, "Yoko ora è parte di me. Noi siamo John e Yoko, siamo insieme".

Dopo quasi due settimane dalla defezione di George, i Beatles ripresero a suonare, questa volta in uno studio improvvisato nell'edificio del quartier generale della Apple sulla Savile Row. Il giorno stesso Harrison portò con sé l'organista Billy Preston, che i Beatles avevano conosciuto in Germania ad Amburgo nel 1962, e che in seguito suonò con Sam Cooke e Ray Charles. Preston suonò per il resto delle session e le sue qualità di improvvisatore e professionista portarono una nuova e disperatamente utile dignità agli ultimi giorni di prove. Lennon giudicò Preston così vitalizzante che volle aggiungerlo come vero e proprio membro del gruppo, un quinto Beatle. La risposta di McCartney fu però irremovibile: "È già abbastanza difficile in quattro".



Il tempo per il progetto si stava esaurendo. Starr avrebbe dovuto girare nel giro di pochi giorni The Magic Christian, cosa che lo avrebbe tenuto occupato fino alla fine di gennaio, per cui non era più il momento di fissare un concerto. Sia i Beatles che Lindsay-Hogg volevano dare una conclusione al film che avevano iniziato, quindi il 29 gennaio qualcuno – c'è chi dice sia stato Ringo, altri sostengono fosse Paul o addirittura Lindsay-Hogg – suggerì di allestire un live sul tetto degli uffici della Apple per il pomeriggio del giorno dopo. L'indomani, mentre aspettavano sulle scale prima di salire, Harrison e Starr non erano più sicuri se buttarsi o meno in questa impresa. All'ultimo momento Lennon disse, "Oh, fanculo, facciamolo", e tutti insieme, più Preston, salirono su quel palco improvvisato che sovrastava Londra. Questa fu l'unica performance dei Beatles assimiliabile a un concerto che fecero dall'agosto 1966 e sarebbe stata l'ultima. Il fatto che sia stato anche uno dei loro migliori live di sempre, dice molto sul potere d'insieme sia musicale che carismatico che avevano coltivato negli anni e che non poteva essere annullato neppure dal loro reciproco astio. Suonarono per circa un'ora nel pungente freddo, superandosi grazie a impareggiabili istinti. Lennon e McCartney si scambiavano sorrisi ogni volta che c'era un momento vivo o incasinato, e la più autentica delle verità emerse chiaramente: i Beatles erano una vera famiglia che condivideva una storia comune e parlava un proprio linguaggio che non avrebbero mai dimenticato.

Questi momenti però non furono abbastanza intensi da evitare quello che stava per accadere o, più esattamente, aveva già iniziato a succedere due sere prima. 
A quanto si dice, il litigio tra Harrison e Lennon di cui abbiamo parlato prima, iniziò a causa di una dichiarazione che Lennon rilasciò a un giornale, che rivelava una costante perdita di fatturato per la Apple che, di quel passo, avrebbe portato al fallimento entro metà anno sia la società, che i Beatles. Probabilmente si trattava di un'esagerazione, ma in effetti la Apple era fuori controllo e né Harrison né McCartney erano d'accordo sul fatto che Lennon spargesse la notizia. Le spese della Apple erano decisamente aumentate per tutti i contratti stipulati, la cifra pagata per l'acquisto dell'edificio in Savile Row e anche per gli stipendi altissimi che venivano corrisposti ad amici e dirigenti. Come tutti i Beatles, anche McCartney era un responsabile della Apple, ma nel primo anno cruciale della compagnia fu l'unico ad interessarsene di giorno in giorno (Harrison, sempre pronto a criticare tutto, rivelò alle persone a lui vicine che odiava la Apple e le sue "stanze piene di pazzi… ogni tipo di parassita").
Nei primi mesi, McCartney cercò di tenere a freno le spese della compagnia, ma incontrò le resistenze degli altri Beatles che si limitavano semplicemente a spendere quando avevano bisogno o desideravano qualcosa, la non avevano nemmeno la vaga idea di come andasse il mercato. E la Apple pagava i conti.
Quando Paul cercò di metterli in guardia, gli risposero che preoccuparsi di questioni finanziarie era un modo di fare antiquato. "Era come un tradimento", disse, "Era una cosa anti comunista da fare… e tutto quello che dicevo sembrava essere frainteso". McCartney ricorda di aver provato ad ammonire specialmente Lennon che spendeva davvero troppo. "Gli dissi, 'Guarda, John, ho ragione io' e lui rispose 'Sì cazzo hai ragione perché non dovresti? Tu hai sempre ragione, vero?'".
Alla fine la situazione toccò un punto critico quando un contabile se ne andò lasciando un messaggio molto chiaro: "Le vostre finanze sono un casino". Allora sia McCartney che Lennon realizzarono che la Apple aveva bisogno di una guida forte e che, forse, per i Beatles era arrivato il momento di ingaggiare un nuovo manager.
Avvicinarono diversi finanzieri e consulenti, ma alla fine McCartney si convinse che la soluzione ideale fosse a portata di mano: il padre di Linda Eastman, Lee, e suo fratello John, di base a New York, erano entrambi avvocati specializzati in promozione di artisti. McCartney contava che gli Eastman avrebbero potuto gestire la Apple e salvare il patrimonio della band, ma gli altri Beatles erano dubbiosi. Tutti e tre trovavano che McCartney esercitasse già molta influenza sul destino del gruppo e non volevano che la sua potenziale famiglia acquisita controllasse i loro affari. In particolare John pensava di non poter permettere a Paul di avere la meglio così.
Parallelamente il contabile Allen Klein di New York aveva cercato per anni di agganciare i Beatles. Klein era un uomo brusco e tenace, conosciuto per aver scoperto dimenticati diritti d'autore per alcuni musicisti e per aver gestito cantanti come Sam Cooke prima della sua morte. Più di recente, aveva amministrato il business di artisti inglesi come Herman's Hermits, Donovan e i Rolling Stones. Allo stesso tempo, però, Klein si era anche costruito una cattiva reputazione per la sua discutibile etica ed il fisco statunitense l'aveva indagato. Nonostante questo, lui desiderava più di ogni altra cosa i Beatles. Tempo prima, aveva proposto a Brian Epstein di aiutarlo nella gestione delle ricchezze dei Beatles, ma Epstein gli aveva persino negato una stretta di mano.
Dopo aver letto le dichiarazioni di Lennon sul rischio di bancarotta per i Beatles, Klein cerco di convincere un riluttante Peter Brown, uno dei manager della Apple, a organizzare una presentazione formale a Lennon.
Il 28 gennaio 1969, due giorni prima della performance dei Beatles sul tetto della Apple, Klein incontrò Lennon e la Ono in un hotel di Londra, e li incantò entrambi. Conosceva tutto della musica dei Beatles e sapeva come prendere Lennon per il verso giusto: lodando l'apporto di Lennon a diversi brani (nonostante il suo grande ego, Lennon era perennemente insicuro e aveva bisogno di costante approvazione) e ammetteva a Lennon il valore artistico della Ono, anche nella sua attività da sola.
Ma, cosa più importante, Klein convinse Lennon che condividevano una simile sensibilità – entrambi erano uomini di strada, disincantati, che si erano realizzati con sacrificio. Entro sera, John e Yoko erano convinti: Lennon e Klein sottoscrissero una lettera di accordo, Lennon informò la EMI e i Beatles il giorno successivo. "Me ne fotto di quello che vogliono gli altri", disse John, "Io mi prendo Allen Klein". Questo diede inizio allo scoppio che uccise i Beatles. McCartney continuava a proporre Lee e John Eastma come rappresentanti degli interessi del gruppo e organizzò un incontro con tutte le persone in gioco. Ma Allen Klein trasformò l'appuntamento in una trappola, traendo in inganno Lee Eastman, essenzialmente accusandolo di essere un ebreo reticente (Eastman aveva cambiato il cognome della sua famiglia – Epstein – qualche anno prima), e sia Lennon che la Ono lo appoggiarono. Alla fine Eastman esplose in un attacco di rabbia e rivolse a Klein l'epiteto di "roditore", poi lasciò la riunione con McCartney. "Non l'avrei mai voluto intorno [Eastman]", rivelò nel 1970 a Rolling Stone Lennon, "Non avrei mai permesso a un fottuto animale come lui, con una testa come la sua, di starmi vicino". Più Klein si comportava male, più Eastman criticava il suo carattere, Lennon e la Ono lo difendevano e lo presentavano come il salvatore dei Beatles e Harrison e Starr presto si trovarono d'accordo. "Siccome eravamo tutti di Liverpool", raccontò Harrison a metà degli anni '90, "preferivamo la gente come noi, di strada. Lee Eastman era più classista come tipo. Dal momento che John aveva scelto di proseguire con Klein, per noi era molto più semplice fare lo stesso". Non servì a nulla nemmeno il tentativo di Mick Jagger – che non si fidava assolutamente più di Klein – che scrisse in una nota a McCartney "Non avvicinatevi a lui".
Questo disaccordo arrivò nel momento peggiore per i Beatles, quando tutto stava accadendo troppo velocemente. Nel giro di pochi mesi, i Beatles avevano perso l'occasione di rilevare l'attività del loro precedente manager Brian Epstein, la NEMS (che era costata loro una fortuna) e, cosa ancora più importante, Lennon e McCartney persero i diritti sulla Northern Songs, il loro editore musicale. Nel frattempo McCartney sposò Linda Eastman il 12 marzo 1969, mentre Lennon e la Ono si sposarono il 20 marzo a Gibilterra. In più, lo stesso giorno del matrimonio di McCartney, Harrison e sua moglie Pattie vennero arrestati per possesso di marijuana (Lennon e la Ono furono arrestati con la stessa accusa dallo stesso poliziotto qualche mese prima e la cosa afflisse la vita di Lennon per anni). Klein non fu di alcun aiuto in nessuna di queste sconfitte anche se si era impegnato ad esserlo, ma comunque Lennon, Harrison e Starr rimanevano dalla sua parte.
La sera del 9 maggio 1969, Allen Klein aspettava fuori dagli Olympic Sound Studios, mentre Lennon Harrison e Starr – finite le registrazioni – chiedevano per suo volere a McCartney di firmare un contratto immediato della durata di tre anni. McCartney non l'avrebbe fatto. Disse agli altri come scusa che l'onorario fissato al 20% di Klein era troppo alto, ma in realtà non poteva accettare che Klein fosse il nuovo manager dei Beatles. Gli altri si infuriarono, ma McCartney non cambiò posizione.
"Per come la vedevo io, dovevo salvare le ricchezze dei Beatles", disse, "Mi risposero, 'Vaffanculo!', persero le staffe e mi mollarono da solo a provare all'Olympic".

Si trattava essenzialmente di una battaglia tra Lennon e McCartney: erano uomini destinati a prevalere e nessuno dei due poteva permettersi di perdere. McCartney alla fine cedette, mettendo però in atto un intelligente sotterfugio: quando i Beatles siglarono il loro contratto con Klein, McCartney rifiutò di apporre la propria firma. Né Klein né gli altri pensavano avesse importanza – i Beatles si erano infatti sempre basati su un principio di maggioranza – ma in quel momento di dissenso, Paul McCartney riuscì nella brillante manovra che nessuno era riuscito a compiere nell'atto finale dei Beatles: rifiutandosi di firmare, McCartney avrebbe poi convinto una corte che non era più vincolato contrattualmente a restare con i Beatles e che non era mai stato legato a Klein.
Da quel momento, McCartney perse tutto l'interesse per la Apple, la società che era nata in gran parte da una sua intuizione. Iniziò infatti ad odiare quel posto e smise di frequentare gli uffici in Savile Row. Quando McCartney cercava di parlare con Klein, il manager dei Beatles spesso si faceva negare. "Digli di richiamare lunedì", diceva Klein alla segretaria.
Nonostante le session di Get Back fossero state un travaglio, i Beatles si riunirono nuovamente per fare un nuovo album. La leggenda racconta a posteriori che in realtà i Beatles sapevano di essere arrivati alla fine e volevano realizzare un ultimo disco all'altezza della loro fama, ma la verità è che, nonostante tutte le difficoltà, i Beatles amavano la musica che avevano fatto insieme anche se non si piacevano più l'un l'altro. 
Avevano già registrato delle cose saltuariamente dalle session di gennaio e prodotto The Ballad of John and Yoko (solo Lennon e McCartney) e Old Brown Shoe"di Harrison (con tutta la band). McCartney convinse George Martin a tornare a lavorare con loro al timone della produzione e riportò anche Geoff Emerick, assicurandogli che i Beatles si sarebbero comportati bene. Lennon ritardò il suo arrivo alle prove al 1° luglio 1969 dopo aver sfasciato un'auto su cui lui, la Ono, Julian e Kyoko viaggiavano. Quando Lennon arrivò ad Abbey Road, fu sistemato un letto sul pavimento dello studio, così che sua moglie potesse riposare e dispensare commenti. Nessuno dei Beatles osò protestare. "Loro tre erano un po' spaventati da lui", ricorda il fonico della EMI Phil McDonald. "John era una presenza potente, specialmente quando era con Yoko: aveva una forza doppia".
Ci furono ancora dei disaccordi, tra cui l'episodio in cui Lennon piombò a casa di Paul perché aveva mancato le prove un giorno e, gridando fuori di sé, distrusse un dipinto che lui stesso aveva regalato a McCartney. In un'altra occasione John pretese che le sue canzoni e quelle di Paul fossero raccolte in due lati diversi del vinile. Alla fine fu raggiunto un compromesso: i pezzi singoli vennero raggruppati su un lato e la suite (conosciuta con il nome di The Huge), un lungo medley, sull'altro lato. Harrison finalmente riuscì a godersi un po' di tanta attesa gloria quando i suoi due brani Something e Here Comes The Sun furono annoverati tra i migliori lavori dei Beatles registrati nell'estate 1969.
Il risultato finale, Abbey Road, fornisce un ampio sguardo sugli sforzi maturi della band, ma anche una prospettiva sulla sua storia, che i Beatles lo volessero o no. Più tardi Lennon rinunciò a dei meriti per Abbey Road che descrisse come un "astuto tentativo" modellato da McCartney "per preservare il mito", ma Lennon aveva l'abitudine di non apprezzare mai gli sforzi altrui. McCartney aveva guardato i Beatles andare in pezzi e stava vivendo un lutto. Parlando della parte finale della suite di Abbey Road con Barry Miles, per la biografia ufficiale Paul McCartney: Many Years From Now, McCartney dice, "Di solito sono un tipo abbastanza ottimista, ma in certi momenti le cose mi toccano così tanto che non riesco più a esserlo e quel periodo era un po' così… Portavo un peso da molto tempo: mi sembrava da sempre! È questo che intendevo".

Quando il 26 settembre fu pubblicato Abbey Road, l'amicizia che legava i Beatles era definitivamente finita. Il 13 settembre John Lennon e Yoko Ono si esibirono al Toronto Rock & Roll Revival insieme a un gruppo improvvisato che includeva Eric Clapton, l'esperienza convinse Lennon che avrebbe potuto uscire dai confini della sua vecchia band. Una settimana più tardi durante una riunione alla Apple – con Klein, i Beatles e la Ono presenti – McCartney provò ancora una volta a convincere i suoi compagni di band a intraprendere un tour e tornare sul palco. "Torniamo alla casella di partenza e ricordiamoci perché abbiamo iniziato", disse loro. Lennon rispose, "Io penso che tu sia uno sciocco. Non avrei voluto dirtelo, ma sto sciogliendo il gruppo. Mi fa star bene. Sembra un divorzio".
La gente nella stanza non sapeva se essere scioccata o prendere l'uscita come una classica piazzata di Lennon. Nessuno – inclusa la Ono – sapeva quello che sarebbe successo quel giorno. "Restammo a bocca aperta", ricorda McCartney. Per una volta McCartney e Klein erano d'accordo: convinsero Lennon a non fare alcun annuncio ufficiale per almeno un paio di mesi. Klein aveva appena chiuso un nuovo accordo che avrebbe fruttato ai Beatles un considerevole aumento delle quote di royalty e non voleva spaventare la EMI con la notizia che la band si stava sciogliendo. In più sia Klein che McCartney credevano che Lennon potesse cambiare idea: non era una cosa nuova per lui passare da un estremo all'altro. Ma la Ono aveva capito la situazione e la cosa addolorava come tutti gli altri in quel momento.
"Ce ne andammo in macchina", rivelò più tardi a Philip Norman, "Si girò verso di me e mi disse 'È finita con i Beatles. Da ora in poi lavorerò solo con te, ok?' e io pensai,'Mio Dio, quei tre ragazzi sono stati gli unici a prenderlo in considerazione così a lungo, ora rimango da sola a farmene carico'".

Lennon nei mesi che seguirono mandò diversi segnali. All'inizio del 1970 sia a Rolling Stone che al New Musical Express rivelò che i Beatles avrebbero potuto incidere nuovo materiale e suonare a un festival della pace in Canada. Persino Harrison parlò di un possibile nuovo tour dei Beatles. "Potrebbe essere una rinascita per tutti noi", affermò Lennon. McCartney invece si sentiva distrutto: la band – che era stata la sua vita dai 15 anni in poi – gli era stata portata via. "John ama Yoko", raccontò all'Evening Standard di Londra, "E non ama più noi tre". Paul stava in casa con Linda, sua figlia Heather e la piccola Mary e iniziò a bere sia di sera che di mattina. Tutt'un tratto smise di scrivere musica e cambiava umore facilmente. Era piombato in una depressione paralizzante, finché Linda non ne potè più. "Eccomi qua… Sposata con un ubriaco che non si lava nemmeno più", disse a un amico secondo quanto racconta Peter Carlin in Paul McCartney: A Life. "Non devi subire questa situazione di merda", disse a Paul alla fine, "Sei un uomo adulto ormai".
La settimana di Natale del 1969 McCartney accolse il consiglio di sua moglie e iniziò a lavorare al suo primo album solista. Nel marzo 1970 chiamò Lennon e lo informò che voleva lasciare i Beatles. "Bene", rispose il suo compagno di una vita, "Ora entrambi l'abbiamo accettato".
Ogni possibilità latente di riconciliazione fu cancellata da una serie di passi falsi che Lennon, Klein e Harrison commisero nei primi mesi del 1970. In quel periodo, le registrazioni prodotte nelle session di gennaio 1969 erano state editate e Klein voleva un album per accompagnare il film, che ora si intitolava Let It Be, dal titolo di una canzone di McCartney (nonostante Abbey Road sia stata inciso successivamente, era già statopubblicato nel settembre 1969). Glyn Johns aveva provato a mettere insieme un disco nel 1969: a Paul andava bene, ma John detestò il risultato. Ironicamente il sound era molto vicino all'estetica sonora ruvida e grezza su cui aveva insistito Lennon originariamente, mentre all'inizio del 1970 Klein voleva qualcosa di più commerciale. In marzo Lennon tornò a parlare dei nastri del gennaio 1969 – che aveva descritto come "un sacco di merda registrata male condita da uno schifoso mood" – al produttore Phil Spector, inventore del leggendario "wall of sound", che aveva prodotto il suo singolo Instant Karma! in gennaio (né Klein né Spector volevano che George Martin fosse coinvolto. "Non voglio averci a che fare con lui", disse Spector. "È un arrangiatore, tutto qui"). I cambiamenti che Spector apportò a Let It Be furono, nel migliore dei casi, peggiorativi, e soffocarono con stratificazioni orchestrali sia il brano di McCartney che dava il titolo al disco, che la sua accorata ballata The Long and Winding Road. I cambiamenti di Spector a The Long and Winding Road apparivano così perversi che ad un certo punto Starr, che era presente alle sessioni di overdubbing, trascinò il produttore fuori dallo studio per un braccio e lo rimproverò. In quel periodo Spector non si consultò mai con McCartney sulle modifiche che stava apportando, cosa che poteva essere stata voluta anche da Klein e Lennon. Dopo aver ascoltato i remix finali di Spector, McCartney richiese alcuni cambiamenti, ma Klein gli disse che era troppo tardi (nel 2003 McCartney e Starr realizzarono una nuova versione di Let it Be chiamata Let It Be… Naked, senza gli arrangiamenti di Spector e le sonorità che Lennon aveva fortemente voluto).
L'affronto finale arrivò quando Klein, Harrison e Lennon decisero che McCartney non avrebbe povuto pubblicare il suo album solista di debutto il 17 aprile 1970, come programmato in origine, ma avrebbe dovuto far slittare la data al 4 giugno per far posto a Let It Be, che sarebbe uscito il 24 aprile. Quando Lennon e Harrison spedirono Starr come emissario a casa di McCartney per consegnare la lettera che lo comunicava, McCartney reagì con insolita veemenza. Quando il litigio stava per diventare fisico, cacciò Ringo fuori di casa. Al suo ritorno, Starr era dispiaciuto per quello che stavano facendo a Paul – "È nostro amico", disse – e chiese che McCartney potesse pubblicare il suo disco il giorno che aveva stabilito. Harrison e Lennon acconsentirono e decisero di far uscire Let It Be a maggio, ma si arrabbiarono con McCartney. E il sentimento era reciproco. "Parliamo sempre di pace e amore", dichiarò McCartney in un'intervista in quel periodo, "ma noi non ci sentiamo affatto in pace".
Nessuno di loro poteva prevedere cosa avrebbe fatto alla fine McCartney. "Non potevo permettere che John controllasse la situazione", dichiarò in seguito. In aprile, quando pubblicò il suo primo lavoro solista, McCartney, rese pubblica anche un'auto-intervista in cui chiariva alcune questioni:
D: Ti mancano i Beatles?
R: No.
D: Hai in progetto di fare un nuovo album o un singolo con i Beatles?
R: No.

Molto prima che John Lennon dicesse al mondo "Il sogno è finito", Paul McCartney aveva già dato la notizia. Lennon accolse la presa di posizione del suo compagno come un'inaccettabile usurpazione. "Volevo farlo e avrei dovuto farlo", ammise Lennon. "Sono stato uno stupido a non averlo fatto, a non fare quello che poi fece Paul, cioè strumentalizzare la cosa per vendere un disco". Ma il risentimento stava andando ben oltre questo. I Beatles in origine furono una creatura di Lennon e nel suo cuore pensava che il destino della band fosse nelle sue mani. "Ho fondato la band e ora la sciolgo. È così semplice", dichiarò. Sembra che Lennon fosse sconvolto all'idea di essere stato abbandonato da McCartney e non il contrario. "Credo si trattasse di semplice gelosia", disse Paul a Barry Miles. Nello stesso periodo McCartney svelò a un giornale: "Fu Ringo il primo ad andarsene, poi George e infine John. Io sono stato l'ultimo a lasciare! Non è colpa mia!". Lo scioglimento dei Beatles innestò una nuova e strana fase che continuò per anni. McCartney voleva uscire dalla Apple – non voleva che Allen Klein potesse dire la sua sulla musica, tantomeno voleva dividere i profitti con lui – ma quando cercò appoggio da Harrison per essere svincolato dall'accordo, George gli rispose "Starai con la nostra fottuta etichetta, Hare Krishna". McCartney scrisse a Lennon lunghe lettere, pregandolo di lasciare l'organizzazione dei Beatles, ma Lennon lo liquidò con risposte di una o due righe, senza sbilanciarsi mai. McCartney minacciò anche di fare denuncia, ma Klein gli rise dietro. Il 31 dicembre 1970 però McCartney si rivolse a un tribunale per sciogliere definitivamente i Beatles (Klein in seguito ammise di essere stato preso alla sprovvista da questo gesto). Gli altri tre Beatles rimasero uniti nella risposta alla corte: non c'era alcun bisogno di porre fine al gruppo: le cose non andavano così male, avrebbero potuto continuare a fare musica insieme. L'unico vero problema era Paul e i suoi modi autoritari.
Il giudice decise che la richiesta di scioglimento di McCartney era legittima e mise i beni dei Beatles sotto amministrazione controllata in attesa che i dettagli della separazione – quel divorzio che Lennon voleva – fossero definiti. Nel 1973 il contratto con Klein dei restanti Beatles terminò e loro non lo rinnovarono: si erano stancati di lui. Presto Harrison, Lennon e Starr avrebbero denunciato il loro ex manager (Lennon ammise in un'intervista che McCartney forse aveva ragione sul conto di Klein) e in una questione separata, collegata alla Apple, Klein fu condannato a due mesi di reclusione per frode da scontare negli Stati Uniti. Risolti i problemi relativi a Klein, Harrison dichiarò che non gli sarebbe dispiaciuto se i Beatles si fossero riformati. Quando arrivò il momento per i Beatles di ritrovarsi per siglare il definitivo scioglimento, Lennon si rifiutò di essere presente. Era preoccupato all'idea di ottenere meno soldi degli altri, e qualcuno vicino a lui rivelò che in quel periodo l'idea che i i Beatles fossero davvero finiti lo mandava in panico. Forse, dopotutto, non aveva mai voluto davvero sciogliere la band. Certo è che i suoi capricci e scatti di rabbia avevano distrutto il gruppo. Durante la stessa riunione in cui dichiarò di voler lasciare i Beatles, Lennon diede sfogo a una insoddisfazione personale covata per anni e la gettò tutta su McCartney. Paul, secondo lui, aveva sempre cercato di metterlo in ombra, passando il tempo a pensare a che sound ottenere in studio, cercando di conquistare la stima del produttore Gorge Martin grazie alle sue melodie facili. Inoltre Paul, secondo John, aveva scritto semplicemente e dannatamente troppo. Nel periodo in cui lavoravano a Magical Mystery Tour, Lennon disse, "Se hai già cinque o sei canzoni, penso io, 'Fanculo, io non ce la posso fare'. Non volevo piantare grane, sai, quindi pensai che non me ne importava davvero di esserci o meno. Mi convinsi che per me non aveva importanza, quindi se non mi chiedevi di contribuire al disco in prima persona, se nessuno di voi mi diceva, 'Dai, scrivi qualche altra canzone, ci piace il tuo lavoro', non mi sarei messo a litigare per questo". Ma Lennon aggiunse, "Non c'era ragione di dimostrare qualcosa – non avevo l'evergia per creare qualcosa e poi anche metterla su disco".
Fu una confessione forte. John Lennon – che fino a Abbey Road e Let It Be aveva scritto la maggior parte dei capolavori dei Beatles e tratteggiato la loro profondità – non poteva più sopportare di dividere la sua genialità con Paul McCartney. I Beatles avevano resistito alle tensioni che portate da Yoko Ono. Erano sopravvissuti ad Allen Klein. Ma i Beatles non potevano sopravvivere a John Lennon. La sua ansia era davvero troppo estesa.
E così arrivò la fine dei Beatles, che non sarebbero mai più tornati nella vita di questi uomini. Lennon, Harrison e Starr suonarono ancora insieme in diverse formazioni negli anni seguenti, e molto raramente si ritrovarono a incidere qualcosa con McCartney. Una volta, quando Eric Clapton sposò l'ex moglie di Harrison Pattie Boyd, Paul, George e Ringo suonarono dal vivo improvvisando per qualche minuto. Un'altra volta invece furono John e Paul a suonare insieme in uno studio a Los Angeles nel 1974, e Paul ebbe un ruolo fondamentale bel riavvicinamento tra John e Yoko che in quel periodo si erano separati.
Lennon e McCartney, il duo di autori più importante della storia, riuscirono a ricucire in qualche modo la loro amicizia, anche se si mantennero a distanza, guardinghi, e non scrissero mai più niente insieme.
Lennon fu assassinato nel 1980. McCartney, Harrison e Starr si riformarono come Beatles a metà degli anni '90 per suonare alcune canzoni incompiute di John Lennon per The Beatles Anthology. Harrison morì di cancro ai polmoni nel 2001. Paul McCartney, con l'aiuto di Lee e John Eastman, divenne l'uomo più ricco dello show business e Linda McCartney morì di cancro al seno nel 1998.

Sembra una storia d'amore? L'amore perde tutto il suo valore per il modo in cui è finito tutto? Potrebbe, forse, anche se una fine non può cancellare facilmente la storia: può piuttosto porre un sigillo.
La storia dei Beatles è sempre stata in qualche modo più grande dei Beatles, intesi sia come band che come singoli individui: era la storia di un'era, di una generazione che toccava nuove possibilità. È stata la storia di ciò che accade quando arrivi ad afferrare quelle possibilità e quando le migliori speranze che hai spariscono. Sì, è stata un storia d'amore – e l'amore non è quasi mai solo una semplice benedizione. Perché, per quanto i Beatles amassero la loro unione, il mondo intorno a loro li amava ancora di più. È stato l'amore la cosa che, più di ogni altra, aveva esaltato i Beatles in origine. Lo stesso amore li aveva poi intrappolati e incatenati gli uni agli altri e alla fine non erano stati più in grado di sopportarlo. In particolare John Lennon sentiva di dover spezzare quell'amore e McCartney al contrario non sopportava di vederlo fatto a pezzi. Ma le cose una volta fatte, sono fatte. Tutto quello che n'è scaturito – ogni prodigio – ancora risuona, ma gli stessi cuori che li avevano creati, li distrussero, e non si ripresero mai da quell'esperienza. "È stato così tanto tempo fa", disse anni dopo George Harrison. "A volte mi chiedo se sia accaduto veramente o se sia stato solo un sogno".

Erano tutti là, ed era tutto un sogno. Ci ha portato in alto, ci ha spezzato i cuori, continua ancora oggi e forse niente di simile potrà accadere mai più.



Da www.rollingstonemagazine.it

Nessun commento:

Posta un commento