martedì 8 marzo 2011

Plettri nelle mani di Dio

Un altro libro sui Fab Four? E perché no? È pur vero che sui Beatles sono stati versati fiumi d’inchiostro, che è stato detto tutto e il contrario di tutto e non sempre con la necessaria prudenza e cognizione di causa, ma questa recente pubblicazione di Grasso e Barghi ha degli indubbi pregi per i quali mi sento di consigliarne caldamente la lettura.
«La componente fondamentale dell’arte dei Beatles è stata la loro straordinaria umanità.» La premessa è già il faro che ci guida in questa ricognizione degli autori su uno dei maggiori fenomeni del XX secolo. Importante sottolineare quanto John, Paul, George e Ringo fossero degli amici, quanto l’amicizia fosse per loro un valore supremo. I Beatles condividevano gioie e dolori e basterebbe recuperare molte delle affermazioni dei tecnici sparse in vari documenti per renderci conto della particolare alchimia che si creava quando il quartetto entrava in sala di registrazione. La loro parabola creativa lo testimonia: con il loro talento e quelle peculiarità che gli autori definiscono “sincretismo musicale”, hanno rielaborato e contaminato tra loro rock, pop, rythm & blues, folk, jazz, musica etnica orientale, musica colta e molto altro. «Tutto li influenzò, niente li condizionò […] erano autentici spiriti liberi – come sa essere libero e spregiudicato solo il genio.» Lo hanno fatto in quattro, con una invidiabile sintonia di valori e di intenti, e questo ha spiazzato anche i critici di altre discipline, portati a considerare il processo della  creazione artistica come un fatto individuale, rapportandolo alle dinamiche di una alienante e repressiva società capitalista.
"Plettri nelle mani di Dio" non è un saggio sistematico, una summa degli orientamenti della critica beatlesiana o una ulteriore, dettagliata biografia. Quel che rende agile ed intrigante questo libro è la sua natura sincopata: brevi capitoli a tema che possono essere piluccati anche a casaccio, seguendo l’uzzolo del momento. «Ci siamo detti più volte, prima di iniziare a scrivere queste riflessioni […] che esse dovessero comporre in ordine sparso e abbastanza permutabile un’opera istintiva e onestamente autarchica […].» Barghi e Grasso parlano pure di “puzzle di emozioni” e non nascondono al lettore i toni celebrativi che affiorano qua e là tra le righe. L’evidente ammirazione che i due rivelano per i propri beniamini non è comunque un limite all’analisi. Ammirevole la fluidità della scrittura, sorvegliata e ben armonizzata per ricomporre il pensiero di due autori diversi per formazione e orientamenti (Barghi, nato in Toscana nel 1953, è fotografo naturalista affermato in Italia e all’estero; Grasso, nato a Roma nel 1956, ex-manager aziendale, è scrittore e traduttore dal francese per Newton-Compton, Mondadori e altri); apprezzabile la loro competenza musicale: i musicofili troveranno pane per i loro denti.
"Plettri nelle mani di Dio" si rivolge ad un pubblico eterogeneo; i fan dell’ultima ora troveranno spunti per approfondire la materia; i più informati avranno l’opportunità di soffermarsi su alcuni aspetti della storia dei Beatles da un diverso punto di vista: nel capitolo "Otto anni che cambiarono la musica" i due autori tracciano un loro personale diagramma della produzione musicale dei Fab Four. I lettori a caccia di curiosità leggeranno volentieri gli aneddoti sui rapporti tra John e Paul, o quelli del quartetto con George Martin, il “quinto beatle”, figura di arrangiatore e musicista che seppe dare il supporto adeguato a far progredire e maturare il gruppo; e ancora un bel tributo a John Winston (Lennon); pagine sulle chitarre dei Beatles e sul loro fraseggio; sul talento di Paul, raffinato musicista la cui sensibilità seppe affrancare il basso dal ruolo di gregario ritmico al quale era confinato e considerazioni sull’impatto sociale ed economico del fenomeno Beatles.
Godibili e curiose le disamine sugli album sperimentali dei quattro; partirono dal basso, come perfetti analfabeti musicali, e nel giro di breve tempo sovvertirono le forme espressive musicali allora in voga, cannibalizzando se stessi e il successo planetario dei loro primi album. La capacità di manipolare ogni “fonte sonora”, l’uso innovativo dello studio di registrazione, l’invenzione del “concept album”, le sperimentazioni elettroniche del mellotron e del moog, l’uso di nastri registrati a velocità variabili, il cosiddetto tape-loop. Ma sempre e comunque i Beatles hanno “parlato” a tutti ("La democrazia dei Beatles" è un altro dei capitoli del libro), sollecitando almeno due generazioni di musicisti e di artisti pop a percorrere la loro strada.
Grazie mille all'amico Andrea Barghi per la news!! 
Da  www.albertocarollo.it

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