Quarant'anni fa il "Concert for Bangladesh"


Era il 1 agosto 1971. Sono passati 40 anni. Fu il primo vero concerto organizzato per raccogliere fondi a scopo benefico. Essendo stato messo al corrente dall'amico Ravi Shankar a proposito della gravità delle condizioni delle popolazioni del Bangladesh, George Harrison organizzò in fretta un evento senza precedenti: un concerto di beneficenza con la partecipazione di varie rock star. L'impegno profuso da Harrison nell'organizzazione in prima persona dell'evento fu enorme e frenetico.


Ecco l'articolo uscito su "La Stampa".

Quarant’anni fa, il Primo Agosto 1971, al Madison Square Garden, il pop-rock scoprì la beneficenza. Artisti e spettatori ebbero per la prima volta percezione non tanto e non solo che la musica potesse raccontare – e denunciare - il presente, ma che potesse anche incidere direttamente sulla realtà.
L’apripista fu "The Concert for Bangla Desh". Scritto proprio così: la parola “Bangladesh” venne attaccata nelle edizioni successive. La organizzò - in cinque settimane - George Harrison, il “terzo Beatle”, e fu un successo innegabile. Più di 40mila persone, due sessioni musicali (pomeriggio e sera), un introito totale – tra incasso, triplo vinile e film – tra gli 8 e i 10 milioni di dollari. Alta la resa artistica. Bob Dylan (accolto con un boato) uscì dall’isolamento mistico-depressivo ed Eric Clapton riemerse (momentaneamente) dai suoi incubi di eroinomane. Dovevano partecipare anche Paul McCartney e John Lennon. Il primo declinò, reputando prematura una reunion coi Beatles. Il secondo accettò, ma cambiò idea quando Harrison gli disse chiaramente che Yoko Ono, su quel palco, non ci sarebbe mai salita. L’unico momento musicalmente faticoso sono i 17 minuti di suoni indiani (Bangla Dhun) di Ravi Shankar. Il maestro di Harrison, che in quegli anni abbracciava filosofie orientali e religione induista (le sue ceneri sono state sparse nel fiume sacro Gange). Era stato lui a parlare ad Harrison del genocidio dei pachistani orientali, a cui fu dedicata la giornata. La copertina del triplo vinile raffigurava un bambino seduto di fronte a una ciotola enorme, dentro la quale c’era ben poco riso: l’iconografia del dramma. Sul palco, il gruppo di Shankar non fu velocissimo ad accordare gli strumenti. Quando smise, il pubblico applaudì: era convinto che fosse finito il primo brano. Non senza ironia, Shankar ringraziò più o meno così: “Se vi è piaciuta così tanto la nostra accordatura, figuriamoci l’esecuzione”. La versione di "While My Guitar Gently Weeps", con Ringo Starr alla batteria e “Slowhand” alla chitarra, coincise con l’acme artistico.
"Concert For BangladeshD ha fatto epoca. Il primo concerto di beneficenza della storia. Ora che ne ricorre il quarantennale, ITunes ha deciso di rimasterizzarlo. Il ricavato andrà all’Unicef. Da ieri, sempre su Itunes, Georgeharrison.com e TheConcertForBangladesh.com, è anche possibile vedere gratuitamente il film. L’iniziativa terminerà domani, giorno esatto dell’anniversario.
Quella manifestazione racchiudeva già in se pregi e difetti dei benefit concerts. A dispetto del successo innegabile, Harrison – scomparso il 29 novembre 2001 a 58 anni – ne uscì ferito. C’era abituato. Schivo e malinconico, limitato nei Beatles dagli ingombranti da John Lennon e Paul McCartney. Per "My Sweet Lord" venne accusato di plagio: perse inizialmente la causa, salvo poi scoprire che il suo manager Allen Klein faceva il doppio gioco e stava tentando di comprare i diritti di "He’s so fine" (la canzone a cui George si sarebbe “involontariamente ispirato”).
Per il "Concert for Bangladesh" andò anche peggio. Non tutto andò in beneficenza. Harrison, accusato di lucrare sulle tragedie, ne soffrì particolarmente. Il libretto interno alla versione originale conteneva l’immagine dell’assegno –  “243.418,50 dollari” – immediatamente versato all’Unicef. L’assegno è uscito dalle ristampe successive: per motivazioni burocratiche, il Fisco americano bloccò fino al 1981 gran parte dei proventi. Oltre a questo, il solito Klein era nuovamente riuscito a frodare il suo (teorico) assistito.
Ora che il binomio musica-solidarietà è un must, il rischio di poca buonafede o eccesso di retorica è palpabile (Giorgio Gaber ci ironizzò in uno degli ultimi monologhi, L’azalea). Lo sa bene Bob Geldof, inventore di quei jukebox globali - "Live Aid" (1985) e "Live 8" (2005) – che non sarebbero nati senza "Concert for Bangladesh". E’ cresciuto l’impatto mediatico, non la resa musicale. Spesso deludente. Al Live Aid i Led Zeppelin suonarono così male da implorare di non essere inseriti nel disco. E non furono gli unici.
La moda ha esondato anche in Italia, con risultati alterni. Due anni fa c’è stato "Domani 21/04.09", sorta di "We are the world" italica scritta da Mauro Pagani e uscita (con nutrito parterre di ospiti) un mese dopo il terremoto a L’Aquila. Il 21 giugno dello stesso anno è toccato al concerto (al Meazza) "Amiche per l’Abruzzo". Le madrine erano Elisa, Giorgia, Mannoia, Nannini e Pausini. Prima, dal 1992, la saga del "Pavarotti & Friends": mai come in quel caso esplosero polemiche musicali, etiche ed economiche.
George Harrison, quarant’anni fa, si espose in prima persona: faccia, cuore, chitarra, sitar e barba lunghissima. Asceta preveggente, ebbe piena certezza d’essere troppo avanti per potersi meritare la comprensione di tutti.
 



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