domenica 15 gennaio 2012

"Sono Paul, e tu?"


Il numero di gennaio di D La Repubblica ha voluto rendere omaggio a Sir Paul con un'intervista molto interessante. Eccovela per intero!

MITI veri 
Si presenta per nome e la giornalista-fan quasi sviene. Nel backstage con McCartney, "il più grande spettacolo pop sulla faccia della Terra" 
di Caitlin Moran 

foto di M.J. Kim

Foto di MPL/NI Syndication
"Siamo di fianco al palco del Mediolanum Forum di Milano. Fuori, in una nebbia spessa come la neve, i fan più sfegatati di McCartney aspettano in coda, in lunghe file che si snodano davanti a ciascuna delle 25 porte del palazzetto. La nebbia fitta li trasforma in un'unica, grande entità indistinta. Mentre aspettiamo che lui arrivi, John Hammel - il tecnico che si occupa delle chitarre di McCartney da circa 36 anni - mi porta accanto al palco per mostrarmi gli strumenti. "Questa è quella che ha adoperato per suonare Yesterday la prima volta, al The Ed Sullivan show". Vedo che c'è sopra un adesivo dei Wings. "Sì, è lì dal 1973", risponde Hammel. Per essere lì dal '73 è incredibilmente ben conservato, si vede che McCartney non usa il plettro con troppa forza. Con l'aria di un sommelier che scelga in cantina una bottiglia vintage dal valore inestimabile, Hammel estrae dalla rastrelliera la seconda chitarra: "Questa è la Casino: Paul la comprò mentre stavamo registrando Revolver, ci suonò l'assolo di Taxman e compose Paperback Writer. Quell'ukulele glielo regalò George. Quella Les Paul, invece, l'ha ricevuta in regalo da Linda, vale circa 400mila sterline. E questo è il basso Hofner". Ecco, quest'ultimo è quello che sembra un violino schiacciato dal ciuffo cotonato. È quello sul quale McCartney ha suonato Rattle Your Jewellery al Royal Variety, inchinandosi poi davanti alla regina. "Paul usa queste perché sono le migliori", spiega Hammel. Sfioro il basso Hofner con la punta dell'indice. Me lo immagino abbandonato con noncuranza sul pavimento di Abbey Road, mentre Paul e John siedono lì accanto, fumando sigarette e buttando giù i versi di una canzone su un foglio A4. A questo punto inizio a piangere. Sono un'insopportabile hippy e i Beatles sono la griglia attraverso la quale mi rapporto all'universo. Arriva. Cammina con la schiena eretta, imbacuccato in uno splendido azzurrognolo cappotto lungo. Sembra una linea retta che nella sua traiettoria ben programmata non sia mai incappata in alcun ostacolo per decenni. "Come ti chiami?", mi chiede. Rispondo. "Io sono Paul", fa lui. Lo dice come se fosse una battuta. La sola idea che qualcuno possa non saperlo è assurda. È almeno dal '63 che Paul non ha bisogno di dire: "Mi chiamo Paul". Poco prima il suo addetto alle pr, Stuart Bell, mi aveva detto: "Trovarsi nel backstage a un suo concerto è straordinario. Può capitare di incontrare dietro le quinte... Bill Clinton, per esempio! Clinton che aspetta Paul!". Mentre cammina, McCartney si è sfilato il cappotto, e inizia a provare Honey Don't di Carl Perkins. A metà di Penny Lane mi viene in mente quanto resterà sconvolto il mondo il giorno in cui morirà McCartney. Un Beatle è un essere umano che guardi con lo stesso stupore della Luna. E ricomincio a piangere. Andiamo avanti, entriamo nel camerino di Paul. C'è il suo guardaroba. Sei giacche Nerhu confezionate a mano con collo alla coreana - la classica giacca da Beatle. Sei paia di stivali nero corvino anch'essi fatti a mano. Lì accanto, un paio di calze nuove di Armani. Un Beatle non sale sul palco con calze già usate, imparo oggi. Le pareti sono ravvivate da stoffe indiane colorate. Una candela Diptyque Oyedo e quattro piante di bambù in altrettanti vasi conferiscono all'ambiente quel look che - ne sono certa - un designer di interni definirebbe "veg". Sotto uno schermo tv gigantesco ci sono un materassino e un palla da Pilates. Nient'altro. L'atmosfera, nel complesso, è da "confort middle-class londinese". "Ciao!", dice McCartney stringendomi la mano e guidandomi verso il divano. Si siede, sgranocchia uva passa glassata al cioccolato e ogni tanto getta un'occhiata al Gran Premio, chiedendo "Chi vince?". Mi siedo anch'io, pronta a fargli la domanda che più mi arrovella. "Dopo aver suonato in vita tua circa tremila brani di successo (2.523 con i Beatles, 140 con i Wings, 325 da solo), che cosa provi ancora quando suoni?". "Mi piace... esibirmi", risponde, piluccando un'altra uvetta. "Voglio offrire una splendida serata al pubblico. Ho sentito una storiella su Bob Dylan... me l'ha raccontata uno che suona con lui. Erano in camerino e uno gli fa: "Quella versione di Tambourine Man è stupenda, ci viene proprio benissimo, Bob!". E lui: "Vero, domani sera la cambiamo". Beh, lo capisco, è cool. Ma io non sono così. Se fossi andato a sentire gli Stones, avrei voluto che suonassero Ruby Tuesday, Honky Tonk Women e Satisfaction. In fondo, perché i brani di successo sono di successo? Perché li amiamo. Perché sono i pezzi migliori". McCartney spiega che i suoi controlli audio - eseguiti da tecnici del suono che hanno passato una durissima selezione - li effettua suonando i pezzi meno noti, improvvisando un po'. "Ma poi cerco sempre di immedesimarmi nel pubblico e penso a come mi sentirei se avessi pagato per venire ad ascoltarmi improvvisare. Dentro di me penserei: "Sei un miserabile bastardo!", e non vorrei tornare ad ascoltarmi". Poi Paul si lascia andare a raccontare episodi che - in aperta contraddizione con la sconvolgente atmosfera da maschio alpha e con quella sorta di alone da grande capotribù della Terra che lo circondano - suggeriscono che dopo tutti questi anni, sia ancora insicuro. Il primo riguarda l'abitudine di annunciare soltanto due date di qualsiasi tournée, "per vedere se i biglietti si vendono", così che quando vanno a ruba in soli sei minuti può tirare un sospirone e dire: "Beh, dopotutto la gente ha ancora voglia di ascoltarmi!". Il secondo riguarda l'abitudine, contratta solo di recente, di suonare la chitarra da solo: "La prima volta che abbiamo suonato - prima dei Beatles - feci completamente fiasco, la prima sera". Poi chiarisce: "Co-op Reform, Liverpool Broadway. Sopra al negozio. Cannai completamente. Il nervosismo ebbe la meglio su di me e quindi da allora non ho mai più suonato da solo la chitarra". "E ci hai messo così tanto per superare il nervosismo?", gli chiedo incredula. "Proprio così", risponde. "Beh, insomma, non sono davvero nervoso adesso, ma a quei tempi lo ero. Quando con i Beatles suonammo a Wembley per la prima volta, ricordo di essermi seduto sui gradini d'ingresso e di essermi sentito male fisicamente. Pensavo: "Devo smetterla con questa cosa"". Un'altra volta, racconta, a un concerto privato per una corporation - "ce ne capitavano, quello era per la Lexus" - erano tutti lì impalati. "Mi sono rivolto a ciascuno del gruppo: "Nervi saldi, va tutto bene. Non preoccupatevi, noi siamo bravi. Alla fine li acchiappiamo, Tornano sempre"". Magari la gente a volte ha bisogno di allontanarsi anche solo per andare al bagno, dico. Paul mi guarda sconvolto. "Il mio incubo ricorrente è che la gente prenda e se ne vada. L'ho sempre avuto. Ancora adesso sogno di essere con i Beatles e di suonare (canta) "If there's anything that you want"... Le cose stanno andando alla grande, ma all'improvviso la gente si alza e gira i tacchi. Allora io mi volto verso gli altri e urlo: "Oh Dio! Passiamo a Long Tall Sally". Nel mio incubo passo sempre a quella canzone, Long Tall Sally. E tornano tutti indietro". "Paul", gli dico, "sai per quale canzone penso che uscirebbero veramente fuori di testa oggi? The Frog Chorus. "We all stand together by the frog chorus"". Mi guarda dubbioso. "Dico davvero. Se ci pensi, c'è un'intera generazione che ascoltandola sarebbe colta da un attacco improvviso di Proustite acuta". "Wow. Non ci avevo proprio pensato", fa Paul. "Mi hai messo una pulce nell'orecchio. È un'idea davvero azzardata", prosegue, anche se sembra ancora dubitare della mia serietà. Ma parlo dannatamente sul serio. "Play the game/ Fight the fight / But what's the point on a beautiful night?", è una sorta di pietra miliare, di marchio di fabbrica delle canzoni scritte da McCartney, proprio come "Penny Lane is in my ears/ and in my eyes". Da Frog Chorus passiamo a parlare del recente matrimonio di McCartney con l'imprenditrice Nancy Shevell. I giornali hanno scritto che al ricevimento di nozze a casa McCartney ha suonato - "Non è vero" - e i vicini si sono lamentati con la polizia. "Beh, i nostri vicini di casa erano invitati al ricevimento e di sicuro si sono trovati bene", spiega. "Il fatto è che siamo andati avanti fino alle tre di notte. Mark Ronson faceva il dj e ha messo a tutto volume il rock'n'roll. Se avessi abitato poco più in là, probabilmente mi sarei lamentato anch'io. Chiasso alle tre di notte? Mi sarei incazzato nero!". Mi restano soltanto tre minuti in compagnia di McCartney. Ne ho sprecati circa cinque per chiedere cosa pensa dell'attuale situazione economica ("Quando le banche falliscono noi le salviamo in extremis, ok, mi sta bene. Ma mi sembra che poi ci sia qualcosa che non quadra: non ci restituiscono più i soldi! Ridateci i soldi!"), e per capire se sono vere le voci che circolano di un'imminente autobiografia, o di un documentario ("Britney Spears ha scritto la sua... a tre anni circa, vero? Io ho fatto digitalizzare e catalogare dalla Hewlett Packard tutti i miei film e le mie foto, quindi sono in grado di trovare qualsiasi cosa in un attimo. Forse dovrei scrivere prima di iniziare a dimenticare le cose"). L'altra grande notizia di cui si parla quest'anno sono le intrusioni nella privacy. "Sei stato mai preso di mira dagli hacker?", chiedo. Fa la faccia seria. "Sì. Sono circolate voci sul fatto che stavo per andare in vacanza alle Bahamas e cose del genere, e non ne avevo fatto parola con nessuno. La cosa peggiore in assoluto è che a quel punto inizi a diffidare di tutti, per esempio dell'addetta stampa, quella che credevi fosse una ragazza in gambissima. Inizia a roderti il tarlo... Per esempio all'epoca del mio divorzio mi sono reso conto che c'era la concreta possibilità che molte persone volessero introdursi nel mio computer o intercettarmi al telefono per vari motivi". McCartney alza le sopracciglia. "Così, quando parlavo al cellulare premettevo: "Se state prendendo nota di quello che sto dicendo, fatevi i cazzi vostri". Certo che è un peccato non poter parlare liberamente! Ormai ho preso l'abitudine di non parlare più tanto al telefono". Poi sembra quasi illuminarsi: "Mi piacerebbe potermene andare in vacanza senza dover tenere in dentro la pancia per due settimane di fila per la presenza dei paparazzi! La settimana scorsa, in spiaggia ho visto dei tipi che erano spaparanzati sulla sabbia con la pancia che straripava dai pantaloncini e... ho provato un'invidia incredibile!". L'addetto alle pr mi fa segno che il tempo è scaduto. Ed è a questo punto che formulo e rivolgo a McCartney la domanda: "Paul, supponiamo che tu avessi un terribile incidente e rimanessi completamente sfregiato, Dio non voglia, naturalmente! Ti faresti rifare tale e quale o cambieresti i i connotati così da tornare a essere una persona anonima?". La ritengo una domanda mica male, tutto sommato: ha a che vedere con la celebrità, la bellezza, l'identità, l'"io" di una persona e l'idea allettante di vivere due vite diverse nello spazio di una sola.... L'espressione di McCartney, però, non suffraga affatto questa mia supposizione: "Mi farei rifare la faccia in modo da sembrare David Cameron", dice pensando chiaramente che gli ho rivolto una domanda del cavolo. "E perché?", insisto. "Perché sto scherzando". Ecco. Il tempo è finito e sono riuscita a finire il nostro colloquio infastidendolo con l'immagine della sua la faccia ridotta a un grumo di carne. Un'ora dopo, durante il concerto, McCartney sembra più giovane di una ventina d'anni rispetto a come l'ho visto in camerino. A renderlo così non sono le luci. È la musica. Cantare Penny Lane ringiovanisce più che farsi il botox o un lifting, se oltretutto chi canta è anche la stessa persona che ha scritto e composto quella canzone. Affronta le due ore e mezzo sul palco con tutta l'energia di un ragazzo sul finire dell'adolescenza. È un concerto incredibile. E a quel punto ricordo un'intervista in cui qualcuno gli ha chiesto: "Quando assisti ai concerti di altre band ti senti più combattivo?". McCartney aveva risposto: "In realtà è il contrario: senza falsa modestia, penso che noi suoniamo molto meglio!". All'improvviso capisco qual è la risposta alla domanda: "Che cosa prova ancora Paul McCartney?". Tutti quei bei discorsi sul fatto di sentirsi insicuro... quel fuoco interno gli nasce dal fatto di riuscire a miscelare una certa insicurezza e il fatto di essere il migliore al mondo nel suo campo. McCartney lo sa, e la parte flemmaticamente aggressiva che è in lui vuol dimostrarlo nel modo più elegante possibile, annientando ogni concorrenza. In fondo McCartney è ancora il giovane con il ciuffo di capelli sulla fronte che ad Amburgo nel 1961 suonava il rock'n'roll con un inadeguato completo di pelle nera e stivali da cowboy, fatto marcio di anfetamine alle quattro del mattino, davanti a marinai e puttane. Possiamo anche trovarci in un palazzetto nel quale per tutto il giorno si è atteso che facesse il suo ingresso il vip globale fatto baronetto, ma il panorama nel quale deflagra è come la Morte Nera del rock'n'pop. Nulla può scalfire la sua potenza di fuoco. Quest'uomo anziano è nel pieno del più grande spettacolo pop sulla faccia della Terra. Con il solo "Aaaah" di apertura di Eleanor Rigby prende le distanze a tutta birra da chiunque possa avvicinarglisi. Quando il concerto di due ore e mezza sta per volgere al termine, resto perplessa vedendo che si è unita a noi accanto al palcoscenico Kate Middleton, che balla e perde la testa quando inizia Helter Skelter. È senza bodyguards. Poi mi rendo conto che quella, in realtà, è Nancy Shevell, Lady McCartney, che indossa la fede nuziale ancora nuova di zecca. Quando Paul finisce Golden Slumbers, Shevell prepara un accappatoio rosso e non appena lui esce tutto sudato dal palcoscenico glielo avvolge intorno alle spalle e lo bacia. McCartney si allontana lungo la rampa di scale tenendola stretta, esce dal palazzetto, si incammina per salire a bordo del suo autobus. Il suo jet privato lo sta aspettando: entro le tre di notte sarà nel suo letto a St. John's Wood. Nella nebbia fitta il corteo di autovetture con i fari blu lampeggianti si mette in moto. Forti, nella nebbia, rimbombano gli urli - "Paul! Paul!" - per metà gioiosi, per metà malinconici. Quegli stessi urli che accompagnano ogni suo ingresso e ogni sua uscita di scena dal 1962. Io riparto in aereo per Londra con il suo plettro chiuso in borsetta."

Nessun commento:

Posta un commento